A come Africa, B come Ben d’Africa

Sorseggio il mio Chai, chiudo gli occhi e vedo un cielo stellato, un tappeto di stelle. Il più bel cielo che abbia mai visto in 30 anni: il cielo del Kenya.
Questo Natale mi sono regalata un viaggio di ritorno in Africa: la terra dove tutto ha avuto inizio.

ringrazio Andrea per la foto

La prima volta che sono stata in Africa risale all’estate del 2016, la comunità che mi ha accolto è quella di Memfe, in Ghana. La prima volta che ho vissuto l’Africa l’ho fatto grazie al supporto di un’associazione internazionale di volontariato: c’erano volontari provenienti da tutto il mondo. Ognuno era lì per prender parte ad un progetto differente: progetti sull’educazione dei bambini, progetti a sostegno degli orfanotrofi, progetti medici di assistenza sanitaria, progetti di empowerment e sviluppo locale. Io ero parte del team di micro-credito e le mie giornate si svolgevano nei diversi villaggi di Akuapem Hills. Ad ogni incontro conoscevamo gruppi di donne ganesi e impartivamo corsi di sensibilizzazione su tematiche di economia, marketing, packaging, tecniche di conservazione di cibi. Le beneficiarie del progetto erano le donne ganesi, fulcro dell’economia locale.

Curiosità, condivisione e voglia di essere travolta dalla cultura africana hanno reso unica la mia esperienza in uno dei popoli più friendly dell’Africa.
Tutto aveva una luce differente: colori, sapori, odori, suoni, sorrisi, cibo, danze, vita. Si è accesa una miccia.

Una volta lasciato il paese e rientrata in Italia è sopraggiunto il mal d’Africa. Concetto letterario, studiosi considerano il mal d’Africa come una malattia dell’animo, come un pugno nello stomaco, come stupore e scoperta della vita. Il mal d’Africa si manifesta come profonda attrazione per un luogo che sembra ci appartenga. Tra le teorie che hanno cercato di ricondurlo a origini scientifiche ne esistono due che sottolineano un aspetto abbastanza comune: quando mettiamo piede in Africa ci sentiamo inspiegabilmente a casa. L’Africa sembra appartenerci, da sempre. Una sensazione, un istinto, una visione.
Alla connotazione negativa del concetto, io ho trovato un risvolto positivo. Ho trasformato questo “mal” in “ben”. Da quando sono rientrata non ho fatto altro che cercare il modo per ritornarci. Mi sono messa alla ricerca del mezzo più efficace per farlo e per far si che non fosse solo una parentesi della mia vita.

A gennaio 2018 ho iniziato un percorso di specializzazione presso la Social Change School per operare in ambito sociale. Ho frequentato il Master in Fundraising Management for International Cooperation e ho avuto la possibilità di entrare in contatto con professionisti del settore che mi hanno offerto la prospettiva giusta per perseguire il mio sogno professionale oltre che personale.
La vita è fatto di scelte, sono quelle che determinano le persone che siamo o che vogliamo diventare.
Quest’anno, quello dei 30, è stato un anno forte e challenging. È stato un anno ricco di soddisfazioni e conferme rispetto alla scelta fatta.

A conclusione di questo percorso, ho deciso che i tempi erano maturi per ritornare in Africa, per tornare dove tutto è iniziato. Sono tornata alle origini con una consapevolezza e con un effort differenti. Sono partita per il Kenya per promuovere un progetto di sviluppo rurale presso una delle culture più antiche che sopravvivono ancora in Africa: le comunità Maasai.
Nonostante la rapidità e la velocità della globalizzazione, loro sono lì e pole pole (che in Maasai significa “piano piano”) tramandano alle nuove generazioni modi e usi di un tempo nel rispetto della civiltà che avanza aggressiva. Il progetto ha come beneficiarie anche questa volta le donne. L’obiettivo è quello di offrire loro un’idea imprenditoriale che possa aiutarle nel portare avanti la propria indipendenza economica. Io, i due amici che sono partiti con me e Paul, il referente locale, abbiamo costruito un pollaio in 3 giorni e per i restanti giorni ci siamo adoperati nel promuovere il progetto tra le varie comunità del distretto di Kajado: Olpirikata, Karero, Eloilupa. Il primo pollaio è stato realizzato grazie ai soldi raccolti prima della partenza, grazie al sostegno di amici e parenti. All’interno della cultura Maasai il senso di comunità e di condivisione è molto forte e pertanto il progetto ha avuto un ottimo riscontro. Il pollaio verrà gestito dalle tre responsabili di comunità: Elizabeth, Lea e Patriciae. Loro saranno i miei occhi e le mie orecchie sul campo una volta rientrata in Italia.

Anche in quest’esperienza posso confermare di aver ricevuto più che donato, di aver assorbito molto di più di quello che ho provato a trasmettere. Sono onorata di aver varcato le soglie di una boma, la casa Maasai fatta di fango, sterco e rami. Sono sazia dei piatti a base di riso chapati e sukumawiki che hanno cucinato per noi, cibo nutrito di puro spirito di condivisione.
Sono tornata ricca, ricca di vita anche stavolta. Sono felice della scelta fatta oggi, e due anni fa.

Mi hanno insegnato che ogni Maasai riceve in dono un nome in base allo spirito che aleggia sulla propria anima.
Lea ha scelto per me il nome Nadupa, “the strong lady who will help”.

Ci rivedremo, ancora.

Sawa sawa
Mama Gabu

ringrazio Andrea per la foto

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