Il modello Rojava di stampo democratico, pluralista, femminista e liberale. Una perla rara per il medioriente e per molte realtà nel mondo

Il 2 Novembre si celebra il Kobane World Day: sono trascorsi cinque anni dalla liberazione della città di Kobane per mano delle unità di difesa popolare curda (le YPG e YPJ), attaccata dall’Isis nel settembre 2014. Firma la petizione di Amnesty International. Non dimentichiamo.

Debbie Bookchin sorseggia del vino e mi dice un po’ preoccupata di attendere tempi migliori per visitare il Rojava. L’ultima volta che è stata lì, all’incirca un mese, è stata molto dura gestire gli spostamenti all’interno delle safe zone. Debbie Bookchin era ospite a Ferrara, il 4 Ottobre, al Festival de l’Internazionale per diffondere la cultura del modello avanguardista e innovativo delle donne curde del Rojava. L’innovazione del loro modello socio-politico sta nello stampo democratico, pluralista, femminista, ecologico e liberale. Debbie è la figlia del Bookchin filosofo, anarchico, sociologo e storico ambientalista; ha accento newyorkese, sensibilità europea e approccio cosmopolita.

Murray (il padre di Debbie ndr.) ha ispirato con il suo municipalismo libertario (gestione partecipata alla vita politica che prevede generalmente un uomo e una donna ndr) il curdo Öcalan, leader storico del PKK (Partito dei lavoratori). Öcalan, detenuto dal 1999 nel carcere turco sull’isola rocciosa di Imrali, ha preso le distanze dalla visione marxista arrivando a ripudiare la concezione stessa di Stato nazione, come espressione del dominio e del patriarcato. Una visione rivoluzionaria nel Medio Oriente, anche per il contributo fondamentale delle donne, chiamate a rovesciare il patriarcato. Öcalan da decenni in lotta per l’indipendenza contro il governo turco è stato fonte di ispirazione, a sua volta, del PYD (Partito Unione Democratica). Il PYD insieme al YPG (Unità di protezione popolare, formato da volontari stranieri) e all’Unità di protezione delle donne YPJ hanno portato avanti una rivoluzione sociale nel nord della Siria e hanno guidato a partire dal 2013 la lotta all’ISIS riducendo la loro presenza e limitandone l’azione: una “guerra per l’umanità senza eguali”. La popolazione del Rojava ha, infatti, iniziato ad autogovernarsi attraverso una rete di assemblee cittadine e consigli confederati, dove vengono decisi aspetti cruciali della vita sociale, come l’auto difesa militare e l’amministrazione della giustizia, dove gli incarichi sono revocabili e occupati a rotazione; alle donne è riservata una quota minima del 40% ed è garantita la co-presidenza. Un sistema assembleare strutturato dal basso verso l’alto.

Questo sistema, contrapposto sia al regime di Assad che a quello teocratico dell’Isis, funziona dal 2012, anno in cui lo Stato siriano ha perso il controllo dei suoi territori settentrionali. Nel 2014 i tre cantoni (Cizîrê, Kobane, Afrîn), anche per accreditarsi a livello internazionale e superare l’embargo turco, hanno adottato una carta giuridica valida per l’intera società, il Contratto sociale: un documento senza precedenti nel Medio Oriente, che rifiuta l’autoritarismo, il militarismo, il centralismo e l’intervento dell’autorità religiosa negli affari pubblici. Supporta la libertà di culto, attraverso l’inclusione delle diverse etnie e religioni, ma separa categoricamente la religione dallo Stato con l’intento di costruire un sistema politico e amministrativo che assicuri pacifica convivenza nel rispetto dei principi di libertà, giustizia, dignità e democrazia.

Il giorno dopo (il 5 Ottobre ndr) l’intervento di Debbie Bookchin si alternano sul Palco de l’Internazionale altri giornalisti dal New York Times alla CNN, New York Magazine. Parlano del presidente degli Stati Uniti Donald Tramp, “l’elefante nella stanza”. Il focus è sulla strategia comunicativa messa in atto da alcuni dei giornalisti più importanti degli Stati Uniti: come parlare della politica Trump, senza necessariamente citare o menzionare il suo personaggio raccontato attraverso i suoi tweet, per dar spazio a notizie e storie verificate, non umorali.

Quella stessa sera Trump, con fare elefantiaco, volta le spalle e tradisce l’alleanza e il supporto che fino a quel momento aveva assicurato al popolo curdo. Il 6 ottobre dopo una telefonata con il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, il presidente degli Stati Uniti, Trump, annuncia il ritiro delle truppe di Washington dal nel nord della Siria. 

Ciò che preoccupava Debby, è diventato realtà: i curdi siriani sono stati abbandonati dagli Stati Uniti e hanno subito l’attacco sotto il nome di “Fonte di pace”, da parte delle truppe turche di Erdoğan. Il 9 ottobre Erdoğan annuncia l’inizio dell’offensiva per cacciare le forze curde dal territorio lungo il confine, con l’obiettivo di creare una safe zone in cui trasferire i 3 milioni di profughi siriani che vivono in Turchia. Dopo l’attacco i curdi traditi hanno trovato un’alleanza con il regime siriano guidato da Bashar al Assad, nemico degli Usa.
Ciò che preoccupa è che il piano del presidente turco rischia di essere una di pulizia etnica per sostituire i curdi con persone a prevalenza araba. La stessa cosa è successa l’anno scorso (gennaio 2018), quando le forze sostenute dalla Turchia hanno invaso la città di Afrn, controllata dai curdi. Centinaia di migliaia di curdi sono fuggiti e la Turchia ha ricollocato nell’area fino a 300mila profughi siriani. 

I mezzi che utilizza Erdoğan, in continuità con l’attacco ai civili, sono il ricatto nei confronti dei Paesi che si oppongono a questa operazione: se l’Europa si fosse schierata contro, lui avrebbe spedito in Europa, attraverso la rotta balcanica, i 3,6 milioni di sfollati siriani che attualmente vivono in Turchia. L’Europa non è stata in grado di portare avanti una risposta coerente che vada oltre il rifiuto e la condanna dell’operazione militare turca. Sono 9 i Paesi che hanno sospeso la vendita di armi alla Turchia (Finlandia, Norvegia, Paesi Bassi, Repubblica ceca, Francia, Germania, Regno Unito); l’Italia ha annunciato, in ritardo, uno stop con riserva: vale a dire che i prossimi ordini di armi (427 milioni di armamenti) potrebbero partire perché ancora frutto di accordi precedenti (nel 2015 erano stati concordati 890 milioni di euro di armi) tra l’Italia e la Turchia. 
Ciò che dovrebbe preoccupare è un ritorno dei jihadisti (11mila prigionieri) rinchiusi nelle carceri delle Fds (Forze democratiche siriane) e di quei parenti dei jihadisti (circa 15mila profughi) che vivono ancora in quei campi. Il 12 Ottobre è stata uccisa, per mano loro, l’attivista curda e leader del Future Syria Party Hevrin Khalaf. Ha fermamente sostenuto la resistenza curda lottando per i diritti delle donne, fulcro della rivoluzione socio culturale in Siria. 
In Europa e nel mondo, sono numerose le manifestazioni pacifiche, sorte spontanee, di dissenso all’offensiva turca e di sostegno nei confronti del popolo curdo, ma non è abbastanza. Chi avrebbe dovuto agire, super partes, non l’ha fatto ancora. Lo scorso 23 Ottobre, a un mese dall’inizio dell’operazione di pulizia etnica, un curdo siriano in protesta contro lo stallo generale, si è dato fuoco davanti la sede dell’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) a Ginevra. Lo stesso giorno le forze speciali statunitensi lanciano un attacco nei dintorni del villaggio di Barisha nel nordovest della Siria, ultima roccaforte dell’opposizione siriana, controllata da gruppi jihadisti rivali dell’Is. Il 27 ottobre Trump annuncia: “É morto come un cane, era un vigliacco”, riferendosi alla morte del leader del gruppo Stati Islamico (Is). Al Baghdadi pare che si sia suicidato con una cintura esplosiva per sfuggire alla cattura. Anche in questo caso Trump ha comunicato al mondo, con fare elefantiaco, un’operazione militare delicata, ci potranno essere ulteriori colpi di coda di una tempesta non ancora finita. In quell’occasione, Trump si è ricordato di ringraziare le forze curde, dopo averle abbandonate, per il loro contributo prezioso alla causa. Non è sufficiente la medaglia simbolica all’onore. 

Benedetta Argentieri, inviata sul campo in Siria per il TPI e regista del docu-film I am the Revolution, scrive nel suo ultimo articolo: “Tutto sembra essere rimasto uguale anche se intorno tutto è cambiato. All’apparenza Kobane continua a vivere tranquilla. I ristoranti sono aperti, le scuole pure; ma la guerra non è ancora finita. La città della resistenza curda potrebbe essere il nuovo obiettivo.”
Fai sentire da che parte sei, firma la petizione per lanciare un messaggio a chi è ancora immobile di fronte la guerra che ha distrutto un modello socio-politico di stampo democratico, pluralista, femminista, ecologico e liberale: una perla rara per il medio Oriente e per molte realtà nel mondo.

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